La domanda è: come trasformare ciò che viene percepito dalla maggioranza della pubblica opinione come un problema, in alcuni casi addirittura come “il problema”, in una opportunità?

La risposta è rappresentata dal “Progetto di Vita”, curato da un team di lavoro che raccoglie professionalità per la gestione di ogni singolo aspetto e quindi ne garantisce il progressivo arricchimento.

In quale modo? Traendo spunto dalla “percezione” degli italiani in materia di immigrazione ma soprattutto considerando i fenomeni migratori, peraltro sempre esistiti, come una possibilità reale di integrazione, di sviluppo e di benessere sociale. Tutto questo attraverso una gestione differente rispetto a quella attuale, capace di superare logiche poco trasparenti, se non addirittura spartitorie, inutilmente costose e per di più incapaci di creare un circolo virtuoso, come invece il “Progetto” si propone di fare.

Insomma, mediante una strategia programmatica, realmente inclusiva e finanziariamente sostenibile. In questa ottica appare fondamentale commisurare con attenzione diritti (civili, politici e sociali) e doveri (alla base di ogni convivenza civile). E il discorso riguarda tutti, non soltanto chi arriva nel nostro Paese alla ricerca di una vita migliore, per se stesso e per la sua famiglia.

La vera sfida è superare le differenze onde rendere tutti, italiani e non, parte dello stesso meccanismo di crescita sociale, culturale ed economica. Affinché ognuno sia una reale risorsa per l’altro e viceversa bisogna garantire il diritto alla salute, all’istruzione ed al lavoro per tutti, che si tratti di migranti, rifugiati o profughi, con particolare attenzione ai minori che, senza averlo scelto, sono costretti ad iniziare il loro percorso di vita affrontando una ripida e disagevole salita. Anche e soprattutto per loro va cambiato lo stato delle cose, per concedere loro un’opportunità che, altrimenti, non avrebbero mai avuto. Anche “loro” saranno gli italiani del futuro e contribuiranno al benessere ed allo sviluppo del nostro Paese.

Come garantire alti livelli di sicurezza a livello sanitario?

Partiamo da alcuni “numeri”: lo scorso anno 12 milioni di italiani non hanno avuto accesso a cure mediche e 7 milioni di nostri connazionali si sono indebitati (ipotecando addirittura l’abitazione) per sottoporsi ad esami diagnostici e visite mediche.

Tra i pilastri del “Progetto di Vita” c’è la prevenzione, attraverso il progetto “Prevengo”. Con un piccolo ma significativo investimento il Sistema Sanitario Nazionale risparmierebbe, a lungo termine, una cifra mostruosa legata alle cure degli ammalati e lo Stato compirebbe il proprio dovere fino in fondo, nel rispetto della Costituzione, garantendo la buona salute dei propri cittadini (italiani o immigrati che siano). A quanto ammonterebbe il risparmio? Solo prendendo in considerazione la spesa sanitaria sostenuta lo scorso anno in ambito immigratorio lo stesso si attesterebbe intorno ai 250.000.000,00 di euro (spesi attualmente per le cure presso centri medici privati). Il risparmio, naturalmente, offrirebbe la possibilità di assumere nuovi medici, infermieri e operatori socio sanitari da impiegare nei centri di accoglienza.

E sul fronte sicurezza, legata all’aspetto sanitario, ci sarebbe spazio per notevoli investimenti finalizzati all’assunzione di nuove unità tra le forze armate. La sicurezza in mare, inoltre, comporterebbe nuove assunzioni “sanitarie” per le navi ospedale che solcano i nostri mari e implementerebbe le forze armate destinate a garantire un controllo capillare e quotidiano dei confini marittimi.

Quali rischi si corrono all’interno di un processo di accoglienza di questo tipo?

In realtà ciò che più conta è pretendere il rispetto delle leggi e delle basilari regole della convivenza civile, pur accettando le differenti culture di appartenenza: ciò che è previsto dal nostro Ordinamento non può mai essere “superato” o non rispettato.

Quali aspetti sono percepiti come maggiormente odiosi dagli italiani, in materia di immigrazione? Non è solo una questione di sicurezza, anzi. Nel sentire comune, in anni di particolare disagio economico del nostro Paese, le legittime domande che i cittadini si pongono, tra le altre, sono: “Quanto ci costa realmente un immigrato?”, “Che fine fanno i nostri soldi?”, “Chi controlla l’utilizzo dei fondi stanziati?”. Alla base del “Progetto di Vita” c’è la gestione di carattere “finanziario” dello stesso, che intende rappresentare una autentica svolta, una opportunità concreta di rilancio della nostra economia.

Il “Progetto” si pone l’obiettivo di eliminare lo spreco di denaro pubblico attraverso una rete di controlli a più livelli di dipendenti statali che dovranno assicurare sicurezza e trasparenza (anche attraverso report dettagliati mensili sulle attività del “Progetto”, di facile lettura e confronto per tutti). Come fare? L’esclusione delle Cooperative dalla gestione dei centri di accoglienza è alla base di tutto in quanto gli stessi verranno direttamente coordinati ed amministrati dallo Stato italiano.

E a questo punto quale fine faranno i dipendenti/soci di tali cooperative? Semplice: finalmente verranno formati, riqualificati, ed assunti con contratti stabili ed adeguati. In termini pratici un impiego stabile comporterà la possibilità di ottenere un consistente incremento di nuovi versamenti a fini pensionistici, stabilizzando la posizione dei nostri anziani grazie alla certezza di vedersi garantita nel tempo una pensione, facendo da volano nel pensare ed attuare un nuovo piano pensionistico nazionale, con la speranza di agevolare un ricambio generazionale con un giusto ed equo intervento di pre-pensionamento.

Quali altri vantaggi potranno essere riscontrati a livello economico? L’impiego stabile di tanti lavoratori, diminuendo il tasso di disoccupazione, dovrebbe attrarre nuovi investimenti esteri aumentando la nostra affidabilità sui mercati internazionali ed incentiverebbe nuovi investimenti privati (basti pensare alla nuova linfa di cui si gioverebbero il settore edilizio, automobilistico, turistico ed imprenditoriale in generale).

Il “Progetto di vita” ha l’ambizione di essere “esportato”, in particolare sulle coste africane (Marocco, Algeria, Libia ed Egitto inizialmente).

Un modello di sviluppo, che già funziona perfettamente ed ha destato l’interesse dei Governi è rappresentato dal villaggio Chakama, in Kenia. Un modello di buona gestione, un esempio da seguire. Come? Superando il concetto dell’”aiutiamoli a casa loro”.

O meglio, superando l’accezione negativa che si ha di questa affermazione.

Perché impegnarsi a rendere migliori le condizioni di vita dei popoli a noi vicini, anche territorialmente, sarà positivo per tutti. A chi sceglierà di restare nel suo Paese d’origine e a chi immaginerà la propria vita altrove, per scelta o perché costretto dagli eventi.

Proprio a questi quesiti il “Progetto di Vita” intende fornire, con entusiasmo e lucida razionalità, le risposte migliori.

Quindi oggi il Progetto di Vita, in Italia e all’estero, è la soluzione al problema della disoccupazione, della salute, della sicurezza, dell’immigrazione e garantisce a lungo termine un notevole risparmio economico. 

PROGETTO DI VITA 

 Ideatori del Progetto di Vita: Adriana Colacicco e Gerardo Gatti 

LA SOLUZIONE